Una vita raddoppiata non sdoppiata, questa la nuova strada di Fabrizio Trentin, manager eclettico e versatile che arricchisce il suo mondo con tele nate nei ritagli di tempo, esigenza sempre più pressante del suo quotidiano.

Da un lato un lavoro che lo porta ad adoprarsi perché  tutto sia  preciso e schematico, dall’altro la sua vena artistica che lo indirizza verso l’apparente caos della pittura materica con il nero come colore a costituire la cifra estetica e rappresentativa delle sue tele tattili e dense di materia.
Mentre utilizza carta macerata, gesso e colla vinilica a supporto di colori acrilici in armonie varie e non costanti, continua la ricerca della personalizzazione in contrasto all’omologazione dei nostri tempi.
Le concrezioni delle sue tele, che sembrano sospese nel vuoto, diventano quindi metafora di una ricerca esistenziale: ricerca volta a scoprire qualcosa di autenticamente affidabile, da poter opporre alla desolante mancanza di certezze.
Fabrizio Trentin trova inizialmente queste “certezze” nei codici a barre.
Simbologia o alfabeto per la codifica di informazioni in un formato tale da poter essere acquisito automaticamente da lettori elettronici: questa la pragmatica definizione di un elemento grafico ideato da Norman Joseph Woodland e Bernard Silver nella seconda metà del secolo scorso.

“Il mio primo codice nasce nel 2004 a livello  puramente embrionale.”

L’ispirazione di Fabrizio Trentin affonda nella ricerca di un simbolo identificativo, ricerca certamente influenzata dalla sua attività professionale.
Appare così nelle sue opere il  codice a barre come elemento organizzatore e dialettico con l’apparente caos della materia. Ma è solo un primo passaggio; dapprima lentamente per poi esplodere, si fa strada l’amara scoperta di un simbolo ubiquitario presente, in un futuro ormai prossimo, anche su ognuno di noi che viviamo in una società completamente codificata, in cui l’individualità è ridotta a  numero. Basti pensare ai rischi potenziali, già oggetto di riflessione, dell’uso di tecniche biometriche in grado di generare “codici a barre corporei”.
L’uomo della strada pare non accorgersene, non avere la consapevolezza di quello che sta accadendo. Nel mondo dei numeri e delle operazioni ecco emergere la sua solitudine interpretata e cristallizzata da una serie di algoritmi.
L’autore attraverso le sue opere ci invita ad una riflessione forte, i suoi quadri sembrano volerci gridare : “Non vi accorgete che tutto è marchiato? Guardatelo il codice a barre, rendetevi conto che tutto è ormai codificato”. Si completa così il passaggio da “pannelli” con prevalente se non esclusiva valenza estetico decorativa, come l’autore stesso soleva definirli, a tele in cui appare evidente l’inserimento di un contenuto sociologico.
Il codice a barre di Trentin che non riesce più ad ordinare una materia disordinata, sembra volerci scuotere dalla nostra assuefazione al marchio.


 

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